22 Dicembre 2022
Comunità contro la povertà
Nella maggior parte dei casi sono famiglie che, a causa delle precarie condizioni economiche, non dispongono o rinunciano all’utilizzo di elettrodomestici come lavastoviglie, lavatrice, asciugatrice, ecc. Si tratta di una condizione che rende inaccessibili le spese essenziali e l’accumulo di risparmio, con conseguenti preoccupazioni per il futuro.
Meridione colpito
Secondo uno studio della CGIA (Confederazione Generale Italiana degli Artigiani) ne è colpito soprattutto il Mezzogiorno, dove si registra una frequenza più elevata di casi di povertà energetica rispetto al resto del Paese che coinvolge tra il 24 e il 36% delle famiglie residenti nell’area. La Campania è tra le Regioni maggiormente colpite: le famiglie che utilizzano saltuariamente luce e gas oscillano tra le 519 mila e le 779 mila. A seguire, la Sicilia e la Calabria, dove le famiglie in condizioni di precarietà energetica oscillano rispettivamente tra 481 mila e 722 e tra 191 mila e 287 mila. Considerando che i numeri pre-pandemia parlavano di 2,2 milioni di famiglie, che la crisi energetica non accenna a diminuire e che tutte le previsioni stimano costi elevati del gas fossile da cui il nostro sistema energetico è fortemente dipendente, nei prossimi anni la povertà energetica rischia di estendersi ancora di più.
Comunità energetiche
Per uscire dalla situazione di povertà energetica il primo passo è quello di ridurre, non solo il fabbisogno ma anche, e soprattutto, il costo uscendo dalla forte dipendenza dalle fonti fossili, causa da anni delle bollette elevate, e lo spreco energetico, apportando accorgimenti alla vita di tutti i giorni. A tal proposito, un ruolo di assoluto riguardo lo svolgono le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), nuovi soggetti energetici di diritto privato che consentono la produzione e lo scambio di energia tra gli aderenti che, oltre a permettere di ridurre i costi in bolletta, a differenza degli altri sistemi incentivanti già messi in campo come bonus e taglio degli oneri, rendono i cittadini, e soprattutto i consumatori, partecipi e consapevoli.
Scelte innovative
Grazie agli incentivi previsti, le CER sono anche in grado di far fare scelte d’innovazione e responsabili, apportando benefici economici, sociali e ambientali strutturali per almeno vent’anni, combattendo giorno per giorno la lotta alla dipendenza da gas naturale, al cambiamento climatico, alla povertà energetica per chi desidera risparmiare in bolletta ed essere anche attento all’ambiente. A dimostrazione di questo enorme potenziale ci sono quelle già operative in Italia, come quella a San Giovanni a Teduccio, a Napoli, dove grazie a un impianto da 50 kWp circa 40 famiglie autoprodurranno e condivideranno energia, in uno dei quartieri tra i più problematici sotto il profilo sociale del Capoluogo campano.
Oppure la comunità Residence Cicogna che è stata creata sottoforma di autoconsumo collettivo in un condominio della provincia di Treviso, il cui intervento è stato realizzato dall’azienda Crema Costruzioni, usando la tecnologia Regalgrid® per il monitoraggio e l’ottimizzazione dei flussi energetici.
I vantaggi sono così evidenti che tali esperienze si stanno diffondendo in Italia, come è già successo nel resto d’Europa e sono molto spesso legate alla volontà d’intervenire per aiutare le persone. Sono già molte le esperienze europee dove le pubbliche amministrazioni e le imprese “prestano” le loro coperture alle comunità energetiche vicine consentendo risparmi fino a un terzo dell’importo in bolletta, cosa che è estremamente importante per i soggetti più deboli.
Welfare energetico
Oltre a ciò, spesso il valore delle Comunità Energetiche Rinnovabili, soprattutto quando si tratta di povertà energetica, non è solo nella possibilità di ridurre i costi in bolletta, ma soprattutto nell’occasione di riscatto sociale che può generare il far parte di una comunità o di apportare il proprio contributo ad una comunità, proporzionalmente alle proprie possibilità. Si tratta, infatti, di realtà che si adattano a tutte le tipologie di territorio, dai piccoli comuni, alle grandi città e dalle aree periferiche ai centri urbani, anche storici, considerando il perimetro più ampio dato dalla cabina primaria con una capacità d’intervento e di penetrazione in grado di non lasciare indietro nessuno.
26 Novembre 2021
Come è stata recepita la direttiva del mercato interno dell’energia elettrica?
Recepimento della direttiva EU sul mercato dell’energia
In questo periodo sono molto discusse tematiche come la transizione ecologia ed energetica, la gestione dell’energia, le comunità energetiche: sicuramente sono tematiche estremamente interessanti e che necessitano una concreta attuazione. Ma come metterle in atto?
Molte risposte concrete vengono dal recentissimo decreto di recepimento della Direttiva UE sul mercato dell’energia elettrica. Il decreto è stato approvato in esame definitivo dal Consiglio dei Ministri n. 45 del 4 novembre 2021 (Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 45 | www.governo.it); attualmente si trova in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In esso sono presenti le linee guida dettate dalla Direttiva UE, adattate rispetto alla situazione del mercato energetico italiano. Su queste linee guida saranno basati i decreti attuativi che verranno emanati dagli enti di competenza: i decreti attuativi sono di fatto le regole pratiche da attuare e seguire nel mercato dell’energia elettrica.
Quali sono le linee guida nel decreto?
Entriamo adesso nello specifico delle normative dettate dal decreto, cercando di capire le importanti precisazioni e novità introdotte. Dalla lettura del testo spiccano alcuni punti salienti, come l’attribuzione di ruoli e diritti e l’introduzione di definizioni di elementi fondamentali nel mercato energetico; tra questi:
La definizione delle comunità energetiche e le novità ad esse riferite.
La definizione di cliente attivo e i relativi diritti e oneri connessi. In linea generale, viene definita una specifica tutela per il cliente finale che decide di diventare cliente attivo (e quindi produttore di energia): questa quindi si rivela una mossa vantaggiosa.
La definizione di aggregazione e i diritti dei clienti ad essa connessi.
La definizione di stoccaggio di energia e le condizioni secondo le quali può essere applicato.
L’introduzione delle condizioni necessarie per un adeguamento del prezzo dell’energia.
La precisazione della responsabilità dei gestori delle reti di distribuzione per le esigenze di integrazione della generazione distribuita.
L’introduzione delle condizioni per la detenzione di punti di ricarica per la mobilità elettrica.
Cosa cambia per le comunità energetiche?
Si è visto che il decreto di cui si è discusso fino a ora detta delle linee guida per alcuni cambiamenti all’intero mercato dell’energia elettrica. Andando poi nello specifico delle comunità energetiche rinnovabili, nel decreto si trovano dei punti di svolta rilevanti; vediamo quali:
L’estensione della potenza dell’impianto concessa nelle comunità energetiche fino a 1MW;
Il cambiamento dei limiti geografici: si passa dal limite della cabina di trasformazione da media a bassa tensione alla cabina di trasformazione da alta a media tensione per diventare membri della stessa comunità: la comunità, perciò, può assumere dimensioni notevolmente più grandi;
L’aggiunta di un maggior numero di tipologie di soggetti i quali sono autorizzati a prendere parte alle comunità energetiche rinnovabili;
L’aggiunta di ulteriori servizi (oltre all’autoconsumo collettivo) che può fornire una comunità.
Oltre a questi specifici cambiamenti, risulta estremamente importante il fatto che il decreto fornisca una definizione delle comunità energetiche. In questo modo si dimostra che l’interesse per questi schemi energetici sta crescendo sempre di più e non solo: con il recepimento della direttiva europea si dimostra anche il concreto impegno dello Stato nel favorire l’attuazione pratica di essi.
Le comunità energetiche, infatti, rappresentano l’ideale soluzione per i problemi che si verificano nella gestione della rete energetica. Con la loro introduzione è possibile passare da un modello energetico concentrato con grandi distributori a un modello energetico distribuito con piccoli distributori locali. In questo modo si favorisce lo scambio di energia volto all’ottenimento di un sistema energetico più “snello” e robusto con un modello organizzativo più semplificato rispetto al precedente. Da questo punto di vista, perciò, le comunità energetiche possono essere viste come una soluzione alle problematiche che si sono presentate fino a ora nella gestione della rete energetica.
10 Novembre 2020
L’impatto ambientale degli impianti fotovoltaici
La produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili come i pannelli fotovoltaici ha un impatto estremamente positivo sull’ambiente. Si parla di dimensioni e proporzioni completamente differenti rispetto agli altri metodi di produzione energetica, ma non bisogna negare l’impronta di carbonio di questa energia pulita. Che tipo di impatto ha l’industria del fotovoltaico sul pianeta? Analizziamolo attraverso lo studio delle emissioni relative alle fasi del ciclo di vita del prodotto, in questo caso i pannelli solari:
Produzione
Uso
Smaltimento
L’impatto ambientale nella produzione di pannelli solari
L’estrazione del quarzo e la sua trasformazione in silicio cristallino richiedono impianti ad alta temperatura, quindi energivori. L’utilizzo di questo materiale, che è un ottimo semiconduttore per la trasmissione dell’energia nelle celle fotovoltaiche, non è tossico e né tantomeno pericoloso per la pubblica sicurezza, come dimostrato da uno studio condotto dall’Università della North Carolina.
Il silicio è il secondo elemento nella crosta terrestre, secondo solo all’ossigeno. è quindi un semimetallo estremamente presente in natura in forma di composto: è alla base di sabbia, granito, argilla e pietre preziose come quarzo, ametista, agata e opale, ed è la componente prevalente di vetro, ceramica e cemento.
Oltre a essere ampiamente utilizzato nel mondo dell’elettronica per le sue proprietà conduttive, questo elemento è impiegato nella costruzione della quasi totalità dei pannelli fotovoltaici attualmente in commercio e compone quasi interamente le singole celle fotovoltaiche. Queste costituiscono, in ogni caso, meno del 2% (in termini di peso) di tutta la struttura del pannello. La quantità di silicio presente in forma di wafers quasi impalpabili, quindi, è ridotta. I materiali che pesano di più all’interno di pannello fotovoltaico sono senz’altro il vetro frontale e l’alluminio che costituisce il telaio (per quelli che l’hanno). Quindi possiamo considerare un pannello fotovoltaico essenzialmente alla stregua di una finestra con il suo serramento.
Altri tipi di pannelli utilizzano il tellururo di cadmio (CdTe) anziché il silicio cristallino. L’impatto ambientale è più basso, così come i costi: purtroppo anche il livello di efficienza ne risente.
Se si parla di impatto ambientale, anche in questo caso l’attenzione si concentra sul cadmio, conosciuto per essere un metallo pesante tossico. Anche qui interviene però lo studio dell’Università della North Carolina, che evidenzia come il cadmio “puro” sia profondamente diverso dai suoi composti, che risultano più stabili a livello chimico e quindi più sicuri. La forma composta del metallo pesante garantisce una presenza minima del cadmio, con un grado di tossicità bassissimo, cento volte inferiore a quello del metallo libero. Inoltre, il tellururo di cadmio non è volatile, quindi non è inalabile, e non è solubile in acqua. Utilizzato in questa forma estremamente sicura, questo conduttore di energia non è un pericolo per l’uomo, né per l’ambiente.
Tra l’altro, bisogna evidenziare il fatto che queste sostanze vengono rilasciate anche durante la combustione di carbone e petrolio, in una quantità almeno 300 volte maggiore.
L’impronta di carbonio di un impianto fotovoltaico in funzione
Secondo uno studio condotto all’Università di Utrecht, un pannello impiegherà due anni di funzionamento per ripagare l’impronta di carbonio generata per produrlo (cosiddetto “pay-back energetico”), pari a 20g/kWh di CO2. Quindi, considerato che un pannello solare ha una vita media superiore ai 25 anni, circa un dodicesimo di questa vita è dedicato a ripagare l’impronta ambientale. Nulla in confronto ai 400-500 g/kWh prodotti dai pannelli in commercio negli anni ’70, smaltibili in 20 anni. Ma soprattutto nulla in confronto ad altre fonti di energia, in particolare non rinnovabile.
Lo studio ha inoltre dimostrato che la crescita della capacità di produzione di energia solare riduce l’energia necessaria per la produzione di un pannello e anche le relative emissioni di CO2 (rispettivamente del 12% e del 17-24%, ad ogni raddoppio di capacità produttiva).
Il miglioramento di questi ultimi anni verso una sempre maggiore efficienza energetica e il continuo processo di innovazione nel settore verso un’economia circolare lascia presagire un futuro ancora più verde per il fotovoltaico.
Smaltimento e riciclo di un pannello fotovoltaico
Dopo un periodo medio di 25 anni un pannello fotovoltaico raggiunge una fase in cui può convenire la sua sostituzione, nonostante esso continui ad operare e a produrre energia pulita. Si parla così, anche se impropriamente della fine della sua vita e si deve parlare quindi del suo smaltimento.
La normativa italiana prevede una procedura precisa per evitare la dispersione nell’ambiente di materiali inquinanti e per ottimizzare il recupero dei materiali riciclabili. Chiunque volesse smaltire i pannelli deve affidarsi a un centro di raccolta RAEE, compilando un modulo apposito.
In questo modo è possibile separare alluminio, plastica, vetro, rame, argento e silicio, o tellururo di cadmio, a seconda del tipo di pannello. Queste sostanze verranno riciclate nel mercato del fotovoltaico per la produzione di nuovi pannelli: la percentuale di materiale recuperato può arrivare fino al 95%.
L’impronta positiva del fotovoltaico nel mondo
L’impatto ambientale del fotovoltaico è da considerare positivo e sempre in miglioramento. La capacità fotovoltaica installata nel mondo supera i 400 GW (gigawatt), con una produzione di 370 TWh (terawattora) nell’ultimo anno, che corrisponde a circa 1,5% della fornitura totale di energia elettrica globale. Questo riduce la produzione di gas serra di approssimativamente 170 Mt (milioni di tonnellate).
29 Luglio 2020
Energy community e Smart City per un mondo intelligente
Da sempre centri propulsivi di innovazione e di scenari culturali evolutivi, anche oggi le città tornano al centro dell’attenzione, non solo nostra, perché parte di quel moto inarrestabile chiamato “smart”. Questa parola, però, non si deve legare al semplicistico concetto di furbizia, ma piuttosto a quello di consapevolezza: la tecnologia a servizio delle persone, in tutte le loro dimensioni, le deve portare a una consapevolezza in merito a parametri fondamentali della quotidianità per migliorare il loro stile di vita. Dai telefoni agli orologi, alle case, fino a contatori, reti e comunità energetiche intelligenti. Prossima tappa le città: le Smart City.
Le smart city, parte integrante degli obiettivi delle Nazioni Unite
Quando si parla di energia digitale, infatti, non si può che parlare anche dei centri urbani, culla in cui questa prospera: secondo i dati Eurostat accolgono infatti oltre il 75% della popolazione europea, e con essa i suoi consumi energetici e carbon footprint.
Se alziamo il punto di osservazione, abbracciando l’intero pianeta,, la percentuale si abbassa al 50%, ma i numeri sono destinati a crescere: secondo le Nazioni Unite, a livello mondiale oggi sono 3,5 miliardi le persone che vivono in città e cresceranno di almeno 10 punti percentuali entro il 2030. Le città, padrone del solo 3% della superficie terrestre, sono complessivamente responsabili di almeno il 60% del consumo energetico mondiale e del 75% delle emissioni di carbonio.
Alla luce di questi dati la naturale evoluzione delle città verso una loro dimensione intelligente annovera tra i suoi capisaldi, per forza di cose, un’attenzione cruciale alla sostenibilità ambientale, che viene esaltata dalla digital transformation per raggiungere l’obiettivo n°11 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”. In particolare due sotto-obiettivi ci stanno a cuore in questa sede:
potenziare un’urbanizzazione inclusiva e sostenibile e la capacità di pianificare e gestire in tutti i paesi un insediamento umano che sia partecipativo, integrato e sostenibile
ridurre l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città, prestando particolare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani e di altri rifiuti
L’Agenda Urbana dell’Unione Europea, lanciata nel 2016 con il Patto di Amsterdam, segue le indicazioni delle Nazioni Unite e si innesta in un percorso di crescita di cui fa parte anche il Clean Energy Package.
Le smart city, essendo a servizio delle persone che ci vivono, devono quindi avere questa missione, che convive e si lega indissolubilmente con altre sfere caratteristiche delle città del futuro.
Le dimensioni delle smart city
Come per tutte le altre realtà intelligenti, anche le smart city sono ben più dell’integrazione tecnologica nella vita quotidiana.
Secondo l’UE, una smart city deve avere lo scopo di dare maggior consapevolezza per migliorare diverse dimensioni della vita dei suoi cittadini, a partire dalla loro partecipazione alla vita pubblica e dai servizi che la PA deve offrire loro: in una città intelligente le persone sono al centro del pensiero collettivo, e vanno coinvolte nel processo decisionale e di crescita, in un’ottica di inclusività e politica partecipata. Il web e il digitale, più in generale, hanno infatti permesso proprio la proliferazione di idee nate in luoghi virtuali di condivisione, con una forza propositiva dal basso. L’Amministrazione deve rispondere a questi smart citizen con altrettanta energia, e volontà di riformare la burocrazia locale. Allo stesso modo anche le imprese devono essere promosse e messe in luce dalle nuove tecnologie, in un’ottica di economia partecipata, aumento della produttività e dell’occupazione.
La tensione delle smart city verso il benessere dei cittadini deve riguardare i servizi per la salute e l’istruzione, aspetti chiave della vita quotidiana, che hanno prospettive di miglioramento tecnologico notevoli, come abbiamo potuto constatare già durante il periodo di lockdown, per esempio nella forma della didattica a distanza. Non bisogna poi tralasciare il focus della sicurezza: l’innovazione può portare a sistemi di controllo e avviso istantaneo che combattano in modo più efficace la criminalità e rendano più sicuri spazi pubblici donando nuova vita e nuovi scopi a queste aree.
Ma entriamo nel cuore di ciò che smart city significa, e che tocca corde a noi vicine.
Una smart city si concentra su interventi di mobilità intelligente: dalla sharing mobility, alla slow mobility, che prevede di ripensare i flussi di traffico cittadino per agevolare lo spostamento in bicicletta o a piedi, fino alla e-mobility, ossia mezzi di trasporto pubblici elettrici, alimentati con impianti fotovoltaici, ma anche sistemi di smart parking, che agevolano il traffico, ottimizzando i tempi medi di ricerca del parcheggio. Tutte soluzioni, queste, che diminuiscono l’impatto ambientale della città, aumentano il risparmio energetico e diminuiscono i costi nel lungo termine.
Ultima, ma sicuramente per noi la più importante è la dimensione dello smart environment, che comprende tutte quelle soluzioni messe in campo per tagliare drasticamente gli sprechi energetici e la produzione di gas serra e rifiuti. Lo sviluppo ambientale sostenibile si basa su concetti a noi cari: riqualificazione energetica, efficientamento e smart e digital energy.
Le energy community come propulsione verso le smart city
Questo aspetto delle città intelligenti implica la creazione di una rete intelligente tra edifici intelligenti che possono ottimizzare i loro consumi: in poche parole una smart grid che serva il nuovo modello di energia decentralizzato, locale e collettivo, che si manifesta nella forma di energy community. L’aspetto fondamentale da sottolineare è che non solo città evolute come Milano, Firenze o Bologna, podio della classifica ICity Rank del 2019 delle smart city italiane, possono integrare le energy community per aumentare il loro livello di sostenibilità.
Ma la rivoluzione della digital energy può partire anche dai piccoli centri urbani. Le comunità energetiche possono prosperare già oggi in città di qualsiasi dimensione, per agevolare la vita delle persone, rendendole consapevoli dei loro consumi energetici, e permettendo loro di ottimizzarli attraverso la condivisione. La dimensione e la concentrazione non incidono sulla predisposizione naturale dei centri urbani alla condivisione di energia. È nelle città che si trova una vasta varietà di profili energetici, che, combinati in modo intelligente come possono fare gli algoritmi di Regalgrid, creano la perfetta comunità energetica. Le vere discriminanti per partire con una energy community sin da ora sono infatti le singole unità abitative, alimentate dalla stessa cabina di trasformazione da media a bassa tensione e la volontà di far parte dell’energia del futuro. Lo SNOCU di Regalgrid permetterà a chiunque di generare il cambiamento, che siate artigiani commercianti, PA, o semplici privati, che abbiate un impianto fotovoltaico, o un sistema di accumulo o siate semplici consumer. E questa rivoluzione del settore energetico è un primo passo, fondamentale, verso l’innovazione più ampia tipica di una smart city.
19 Giugno 2020
Decreto Rilancio: Superbonus 110% su Fotovoltaico e Colonnine
Siamo entrati nella Fase 2, il post lock-down da coronavirus, ed è tempo di ripartire. Per questo non si può non parlare
del Decreto Rilancio e in particolar modo del Superbonus, il bonus relativo ad azioni di efficientamento
energetico e di adeguamento antisismico con detrazioni fiscali al 110%, che include alcune interessanti novità anche per
l’installazione di impianti fotovoltaici e colonnine di ricarica per auto elettriche.
Le agevolazioni sono previste dall’articolo 119 del Decreto di Rilancio, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 maggio e in fase
di conversione in legge entro il 18 luglio. Vediamo insieme cos’è il Superbonus e i suoi possibili vantaggi e limitazioni.
Cos’è il Superbonus 110
Il Superbonus è una manovra che prevede agevolazioni potenziate per alcuni investimenti, già inclusi in Ecobonus e
Sismabonus, sostenuti dal 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021. L’incentivo permette, in sostanza, di ottenere una
detrazione fiscale del 110% sulle spese sostenute per i lavori, detrazione che viene restituita nell’arco di 5 anni
sull’IRPEF, oppure, come vedremo nel dettaglio più avanti, come sconto in fattura per alcuni interventi. I lavori, però, possono essere
agevolati solo in alcuni casi: un requisito fondamentale è il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio,
oppure, se la classe di partenza è già elevata, raggiungere la classe più alta in seguito all’intervento. Il risultato degli interventi verrà
poi certificato dall’A.P.E.
Ulteriore limite riguarda il tipo di abitazioni su cui vengono effettuati i lavori: non si può infatti richiedere l’agevolazione per
abitazioni unifamiliari “diverse da quella adibita ad abitazione personale”: in altre parole sì alle seconde case, a patto che non siano
villette singole.
L’obiettivo del Superbonus è quello di promuovere la ripartenza del settore edilizio e al tempo stesso aumentare il
livello di efficientamento energetico medio delle abitazioni residenziali italiane.
Ma questo incentivo è davvero vantaggioso? Quali sono le sue potenzialità? Per comprenderlo al meglio bisogna innanzitutto indagare quali
sono gli interventi compresi dalla manovra e con quali limitazioni.
Gli interventi chiave previsti dal Superbonus 110
I principali interventi agevolati sono opere importanti di efficientamento energetico e adeguamento antisismico che permettono un vero e
proprio salto di qualità alla vostra abitazione e prevedono:
Isolamento termico
Sostituzione dell’impianto termico
Adeguamento antisismico
Vediamoli più nel dettaglio.
Isolamento termico
Gli interventi che riguardano l’isolamento termico si identificano con l’integrazione di una protezione isolante, il
cosiddetto cappotto, che, per essere incluso nelle agevolazioni, dovrà rivestire in seguito all’intervento una quota superiore
al 25% della superficie dell’edificio. La soglia di spesa massima agevolabile è di 60.000€ per unità abitativa.
Sostituzione dell’impianto termico
La sostituzione di un impianto termico, o più precisamente di climatizzazione invernale, può avvenire,
sia in edifici condivisi, come un condominio, sia in prime case singole. Nel primo caso la sostituzione
deve avvenire con un impianto centralizzato per il riscaldamento, il raffreddamento o la fornitura di acqua calda a condensazione,
con classe di efficienza A, a pompa di calore, inclusi impianti ibridi e geotermici, oppure a microgenerazione.
Se parliamo invece di un edificio unifamiliare, la sostituzione deve avvenire con un impianto a pompa di calore o a
microgenerazione alle stesse condizioni. In entrambe le casistiche, le pompe di calore possono essere abbinate a un impianto
fotovoltaico anche con accumulo. La spesa non può superare i 30.000€ per ogni unità immobiliare e comprende anche le
opere di smaltimento e bonifica.
Adeguamento antisismico
Gli interventi antisismici aumentati all’aliquota al 110% riguardano la messa in sicurezza locale di un
edificio nel caso di terremoto, come per esempio il rinforzo di pareti e solai o l’inserimento di tiranti. Gli interventi ammessi possono essere
attuati senza obbligatoriamente sostenere uno degli altri interventi maggiori. I limiti di spesa rimangono quelli del sismabonus tradizionale.
Gli interventi accessori del Superbonus: fotovoltaico, accumulo e ricarica auto elettriche
È fondamentale sapere quali sono le opere principali ammesse dal Superbonus, perché sono proprio quelle ad abilitare l’aliquota al 110% anche
per altri interventi, secondari per la manovra, ma di primaria importanza per l’indipendenza energetica: l’installazione di
un impianto fotovoltaico, con o senza sistema di accumulo, l’integrazione di una batteria di accumulo su un
impianto esistente o anche l’installazione di un punto di ricarica, la cosiddetta colonnina, per l’auto
elettrica.
Il limite di spesa per gli impianti fotovoltaici è di 48.000€, 2.400€ per ogni kW di potenza nominale installata, che scende a 1.600€ se
l’intervento avviene nell’ambito di ristrutturazione edilizia, nuova costruzione o ristrutturazione urbanistica; nel caso delle batterie di
accumulo il limite è di 1.000€ per ogni kWh di capacità.
Tra gli interventi trainanti vi consigliamo di abbinare il fotovoltaico all’installazione di una pompa di calore, metodo
di riscaldamento consolidato e funzionale che rappresenta l’opzione migliore per massimizzare i benefici dell’intervento, rispetto a caldaie o
soluzioni ibride meno efficienti. La pompa di calore idro o geotermica da sola può portarvi un risparmio sulla spesa di riscaldamento dal 50 al
70%, che può aumentare fino al 90% con l’aggiunta del fotovoltaico. In alternativa, il secondo intervento che vi consigliamo in ordine di
efficienza è il cappotto termico che da solo vi può portare a dimezzare la spesa di riscaldamento e, nel caso di edifici
con una classe energetica molto bassa, può garantire da solo la crescita delle due classi energetiche richieste.
Cosa significa concretamente il Superbonus per il fotovoltaico?
L’articolo 119 del Decreto Rilancio vi dà quindi la possibilità di installare pannelli fotovoltaici, accumulo e colonnina elettrica,
in pratica a costo zero.
Ma ci sono dei vincoli. Il primo è quello che vi abbiamo già illustrato, cioè il legame con un’opera maggiore di efficientamento
o rinforzo dell’edificio: questo vincolo si rivela positivo, perché vi permetterà di ridurre lo spreco energetico e ridurre i consumi, oltre che
a permettervi l’autoconsumo individuale di energia, non proveniente da fonti fossili.
La seconda condizione è l’impossibilità di cumulare la detrazione con altri incentivi pubblici o agevolazioni di qualsiasi
natura sia a livello regionale, nazionale ed europeo, compresi i fondi di garanzia e di rotazione e gli incentivi del meccanismo di scambio sul
posto.
Il terzo vincolo invece riguarda l’energia prodotta e non consumata in loco. La detrazione è subordinata alla cessione
obbligatoria di questo surplus al GSE. Rimangono irrisolti alcuni interrogativi in merito: per quanto tempo i
cittadini dovranno cedere l’esubero di energia prodotta? Questo tempo varia a seconda della scelta di detrazione o di sconto in fattura? È
previsto un contributo di compensazione? A quanto ammonta?
Il Decreto non esplicita gli effetti che questa manovra avrà per chi fa parte di una Energy Community e volesse installare
l’impianto sfruttando l’aliquota del 110%.
Come sfruttare l’incentivo: detrazione o sconto in fattura
Da un punto di vista economico il Superbonus è sicuramente accattivante, in particolar modo se decidete di approfittarne per installare
anche un impianto fotovoltaico, un sistema di accumulo o una colonnina per la ricarica. La prima possibilità è la già conosciuta
detrazione fiscale IRPEF, questa volta però con caratteristiche ancora più agevolanti rispetto al tradizionale Ecobonus:
l’aliquota risulta infatti più che raddoppiata e gli anni di erogazione dell’incentivo dimezzati.
Il Decreto introduce una seconda modalità che agevola non solo il settore edile ma anche quello fotovoltaico: stiamo parlando della
possibilità di ottenere lo sconto in fattura, con relativa cessione del credito. Anziché fare domanda per la detrazione
fiscale, è possibile richiedere lo sconto del Super Ecobonus direttamente alla ditta che svolge i lavori, che a sua volta potrà recuperarlo
sotto forma di credito d’imposta. La ditta potrà inoltre decidere di cedere il credito a banche e intermediari finanziari
per ottenere subito liquidità.
Lo sconto in fattura vi darà quindi un beneficio immediato, ma tenete presente che l’aliquota dell’agevolazione di cui
beneficerete scenderà al 100% in modo da garantire un vantaggio a tutte le parti coinvolte: voi di fatto non pagherete la
fattura, mentre l’azienda che ha svolto i lavori otterrà la liquidità da un istituto di credito che a sua volta otterrà un margine di profitto
fino al 10%.
12 Giugno 2020
Futuro post coronavirus tra condivisione e cooperazione (non solo nel settore dell’energia)
Emergenza. Una delle parole più pronunciate, a ragion veduta, in questi mesi. E a questa segue subito la parola “crisi”. Certamente di questo si tratta: l’epidemia di CoVID-19 si può senza dubbio alcuno catalogare come un’emergenza che ha messo in ginocchio, in prima battuta, il sistema sanitario, con conseguenze importanti sui mercati di numerose nazioni.
E mentre il mondo lentamente riapre e riparte, è necessario riflettere su cosa il futuro ci prospetta e su cosa questa emergenza ci ha insegnato.
“Emergenza” e “crisi”, abbiamo detto: partiamo da queste due parole. Entrambe nel loro uso comune suggeriscono un senso di urgenza, difficoltà e allarme. Ma le loro origini etimologiche ci riconducono a significati più profondi e diversi. Il termine “Emergenza” deriva dal latino emergĕre, a sua volta derivato di mergĕre, “tuffare, sommergere”, che con il prefisso e- assume il significato di “venire alla luce, salire in superficie”. La parola “crisi” deriva invece dal latino crisis e dal greco κρίσις, due termini che ci riconducono al significato di “scelta, decisione”.
E sono proprio questi i punti da cui ripartire: in una situazione in cui tutto è stato stravolto, è il momento di cogliere le opportunità che emergono dalla crisi, eliminando il rumore informativo che ci sovrasta, e di decidere come andare avanti.
La realtà post COVID-19: un nuovo equilibrio in cui nulla è andato perduto
Le leggi della termodinamica ci vengono in aiuto: nulla si distrugge, tutto si trasforma. In un modo irreversibile. Così dobbiamo vedere questa crisi: un’opportunità per una trasformazione evolutiva. La società e l’economia sono cambiate e non torneranno più alla forma che conoscevamo prima del coronavirus. Avranno entrambe un’entropia maggiore: un nuovo equilibrio con una trasformazione parziale delle risorse che dovranno reinventarsi e ridefinirsi, trovando un nuovo scopo. Questo significa che ciò che sembra distrutto deve trovare un nuovo modo e una nuova forma per rinascere.
Vedere la realtà da una prospettiva diversa da quella che abbiamo conosciuto sinora: una prospettiva che non sia incastrata in uno schema desueto, inadatto al nuovo equilibrio che si configurerà. Questo è il primo, fondamentale, step per arrivare alla soluzione. Tutti i settori della società si stanno reinventando e con essi anche i diversi settori economici, alcuni facilitati per la loro natura eterea e digitale, altri che devono riconcepirsi dalle fondamenta.
La disruption con il passato è un’occasione per ripensare le dinamiche del futuro
Ma la metafora con l’energia non è solo propedeutica a una riflessione filosofica, perché perfettamente aderente alla realtà di cambiamento che stiamo tutti sperimentando. Il settore energetico sta vivendo in questi anni una profonda trasformazione. E se… il coronavirus non fosse esistito? Una domanda per molti versi inutile perché carica di numerosi rimpianti, ma possiamo arrischiarci per una sola constatazione: con una primavera tradizionale, la digital energy sarebbe stata la notizia di cui parlare a partire dalle smart grid e dalle Energy Community.
La digitalizzazione delle infrastrutture energetiche sta portando a cambiamenti incrementali che poco meno di due secoli fa – quando fu osservato per la prima volta il fenomeno fotovoltaico – non erano neanche lontanamente concepibili. E quello che non è stato possibile per quasi duecento anni, oggi si sta freneticamente ricavando il suo spazio, tant’è che è la normativa a rincorrere l’evoluzione, non le norme a definire il cambiamento. Ma si sa, i cambiamenti sociali sono sempre precursori di quelli normativi, e tecnologia e scienza nascono in seno alla società che le nutre.
La digitalizzazione dell’energia sta portando a un cambio di paradigma epocale per la produzione, la gestione e il consumo energetici: un’evoluzione, questa, che può diventare una metafora del cambiamento necessario davanti alla crisi derivata dal SARS-CoV-2.
L’anello di congiunzione tra queste due dimensioni è il concetto di disruption: la rottura con gli schemi del passato, che non è necessariamente legata a un evento catastrofico da una relazione di causalità, ma che può esserlo come nel caso di questa emergenza sanitaria. Per il digitale è stato un passaggio fisiologico e graduale legato all’introduzione delle nuove tecnologie: il settore energetico ne è un chiaro esempio. Per alcuni settori di business, però, l’integrazione della tecnologia digital rappresenta una meta non ancora così vicina, come nel caso di molte realtà del mondo dell’artigianato.
La rottura della realtà per come la conosciamo in seguito a questa epidemia è stata invece inaspettata e disarmante, nemmeno lontanamente paragonabile ad altri cambiamenti recenti. A una crisi si può rispondere in modi diversi e attraversando diversi stadi di accettazione, ma l’importante è non lasciarsi sopraffare, perché la rinascita parte dalla resilienza. Già in questi mesi le industrie del settore tessile e manifatturiero si sono reinventate per servire le esigenze sanitarie, e ogni giorno il telegiornale riporta esempi di nuovi modi di concepire le realtà produttive.
La cooperazione è la nuova chiave di interpretazione della realtà
In questa dimensione di rinascita un altro punto di contatto con la rivoluzione energetica è il fondamentale apporto individuale per il bene della comunità. Durante questi due mesi ci sono stati molti esempi virtuosi di persone o gruppi che hanno fornito supporto agli altri, in relazione alle proprie possibilità e capacità per rispondere alle necessità di chi si è trovato in difficoltà. Pensiamo a tutti i medici e operatori del settore sanitario che hanno risposto alle richieste di collaborazione del Governo su base volontaria. La cooperazione e la condivisione delle risorse di queste persone sono state un gesto umanitario e di dono per la collettività.
Questi valori nel mondo energetico si concretizzano in un nuovo modello di gestione dell’energia che vuole cambiare per sempre il futuro del consumo, per renderlo sostenibile, sì, a livello economico, ma anche e soprattutto, sociale e ambientale. Questo è l’obiettivo della rivoluzione energetica. Il modello che permette questo cambiamento è quello delle cosiddette DER (Distributed Energy Resource), le risorse decentralizzate per la produzione di energia rinnovabile, che non sono altro che gli impianti fotovoltaici locali, prevalentemente residenziali. I governi si stanno interrogando su come integrare queste risorse in una dimensione strategica per lo sviluppo di ciascun paese, proprio perché le energie rinnovabili possono diventare il motore della ripartenza. Gli incentivi statali e i meccanismi di retribuzione per l’immissione dell’energia pulita nella rete pubblica sono solo l’inizio e devono lasciar spazio a manovre di più ampio respiro. È necessario che venga introdotta al più presto, in ogni stato, una normativa chiara che definisca il contributo delle risorse decentralizzate in un modo più strutturato. Un esempio virtuoso è sicuramente il governo australiano, che sta studiando unaoluzione per rispondere alla necessità di affidarsi a un modello decentralizzato di produzione energetica, nel suo caso indispensabile anche per via degli eventi climatici che lo colpiscono. L’emergenza del coronavirus non fa che accelerare queste riflessioni per un’implementazione incrementale del modello DER.
Cooperazione significa comunità
Una produzione distribuita non è però sufficiente: a questa deve seguire anche una gestione intelligente dei flussi energetici, distribuita e decentralizzata a supporto dell’energia pulita. Questo avviene e avverrà sempre di più grazie all’introduzione progressiva e sostanziale delle Energy Community, una dimensione democratica di accesso all’energia rinnovabile, non solo perché il beneficio del non consumo di risorse fossili sarà un vantaggio per tutti, ma perché chiunque può essere parte di una comunità, anche se non ha la possibilità di installare un impianto fotovoltaico.
Anche Regalgrid si è chiesta come evolvere, abbracciando una nuova normalità quotidiana. E ci siamo dati una risposta: vogliamo essere promotori di questa ripartenza. Come?
Innanzitutto, vogliamo abilitare chiunque lo desideri alla consapevolezza dei propri consumi e della propria bolletta. Lo SNOCU può così diventare un veicolo targato Regalgrid verso un nuovo luogo comunitario di connessione e condivisione che riunisca consumatori consapevoli.
Desideriamo aumentare la resilienza del contesto energetico, grazie alla nostra piattaforma digitale che tende a un modello che abilita un micro-tessuto distribuito di generazione e accumulo. Ma soprattutto, il nostro obiettivo è mettere tutti nelle condizioni di accedere all’energia pulita. Energia che ci auguriamo diventi presto il prevalente, per essere realistici, e poi l’unico, per essere idealisti, tipo di risorsa per il consumo.
19 Maggio 2020
Smart meter: cos’è e come funziona il contatore intelligente
Gli smart meter sono contatori o misuratori intelligenti che permettono di ricavare dati puntuali di consumo relativamente all’energia elettrica, al gas e all’acqua corrente. Nel caso dell’elettricità questi dispositivi creano la rete di comunicazione tra i vari nodi della smart grid, monitorando i flussi di energia in entrata e in uscita per un’utenza con un impianto di produzione di energia rinnovabile, e, l’ottimizzazione del sistema con una comunicazione a due vie nel caso di un utente collegato a una digital energy community grazie allo SNOCU Regalgrid.
In tutto il mondo la corsa all’installazione degli smart meter si sta facendo sempre più serrata: secondo il rapporto “Power & Renewables” della società di ricerca Wood Mackenzie, da qui al 2025 le utilities investiranno oltre 30 miliardi $ per installare più di 300 milioni di contatori elettrici intelligenti. Gli apparecchi installati raggiungeranno così la quota di 1.3 milioni.
Ma come mai sono così importanti? E soprattutto: come funzionano?
Lo smart metering
Lo “smart metering” è il principio che sta alla base dei contatori intelligenti e che consente di attuare strategie di efficienza energetica. Infatti la misurazione e il monitoraggio intelligente dei dati di consumo sono indispensabili non solo per le società di servizi che distribuiscono energia e gas, ma anche per i consumatori, per essere più consapevoli e, di conseguenza, attivi nel migliorare la propria efficienza. Tale monitoraggio, ora che la tecnologia lo rende smart e a basso costo, diventa possibile anche per gli utenti finali.
I vantaggi di questi sistemi sono numerosi per tutte le parti coinvolte:
Riduzione dei costi di gestione delle letture e del contratto, operazioni che ora diventano praticabili da remoto;
Frequenza superiore di lettura;
Monitoraggio della rete e ottimizzazione della manutenzione in caso di perdite;
Possibilità di concorrenza libera;
Consapevolezza dell’utente in merito a consumi e sprechi, data dalla misurazione in tempo reale dei consumi e dalla relativa analisi grazie ad algoritmi di efficientamento come quelli Regalgrid;
Miglioramento delle abitudini energetiche e aumento del risparmio energetico;
Riduzione dei costi dell’energia per l’utente.
Come funziona uno smart meter
Grazie a un protocollo prestabilito, gli smart meter di nuova generazione registrano nella loro memoria il quantitativo di energia consumato e le quantità consumate in momenti del giorno per ogni giorno della settimana. Grazie a un sistema di comunicazione a due vie, inviano i dati raccolti elettronicamente attraverso le frequenze radio o la PLC (trasmissione di informazioni attraverso la rete elettrica per onde convogliate tramite Power Line Communication). I dati arrivano così alle società di distribuzione, che entro 24/30 ore li verificano e inviano alle società di vendita.
Ma per capirne il potenziale e i benefici è necessario un breve excursus storico.
Gli smart meter in Italia e in Europa
In Italia l’interesse per i contatori intelligenti è nato ben prima della corsa alla digitalizzazione dell’energia che stiamo vivendo oggi. Il nostro è stato il primo paese europeo ad approcciarsi a questi dispositivi: nel 2001 le società di distribuzione dell’energia hanno cominciato a introdurre spontaneamente e su larga scala l’uso dei cosiddetti smart meter elettrici di prima generazione per i loro clienti finali in bassa tensione. Dal 2007 la diffusione è diventata obbligatoria in seguito alla deliberazione dell’ARERA 292/06 ed è stata completata nel 2011. Nel frattempo solo la Svezia si è unita a questo slancio di innovazione, completando la diffusione tra il 2003 e il 2009.
L’impatto positivo degli smart meter di prima generazione all’epoca fu rivoluzionario: finalmente erano possibili le letture mensili effettive orarie (telelettura) con aggregazioni per fascia, oltre alla gestione senza intervento in loco (telegestione). Due funzionalità che hanno portato a una riduzione dei costi di gestione.
I primi altri stati a seguire questo trend sono stati Finlandia e Malta (2009), seguite da Spagna, Austria e Polonia (2011-2012). Tutti gli altri stati europei hanno dato un cenno di adesione solo in seguito alla Direttiva del Parlamento Europeo 2012/27/UE sull’efficienza energetica. Nel Regno Unito l’installazione è partita nel 2015 e dovrebbe concludersi entro quest’anno.
In Italia la direttiva è stata recepita con il Decreto Legislativo 102/2014, attuando un adeguamento di requisiti dei contatori che ha portato a una nuova versione, la cosiddetta seconda generazione (2G). Il Gestore prevede di effettuare la maggior parte delle sostituzioni entro il 2024, con una coda di sostituzioni che si protrarranno a esaurimento fino al 2031.
La nuova generazione di contatori doveva raggiungere una serie di obiettivi:
aumentare l’efficienza di lettura e gestione;
aumentare il dettaglio di rilevazione dei consumi;
rendere disponibili ai venditori le letture entro 24 ore;
dare la possibilità ai clienti di consultare i dati in tempo reale;
far sì che il lettore inviasse delle notifiche in caso di anomalie.
I benefici di un contatore intelligente
Questi dispositivi digitali hanno quindi numerosi vantaggi rispetto alla generazione precedente, come per esempio le alte prestazioni per lunghi archi temporali e l’integrazione di ogni unità abitativa in una rete intelligente che porterà alla creazione di sempre più smart city.
Vediamo nel dettaglio i benefici degli smart meter 2G riscontrabili nella concretezza quotidiana.
Bollette basate su consumi reali
Grazie al numero elevato di rilevazioni puntuali (una ogni 2 minuti) e di invii di letture dettagliate al gestore (una ogni 15 minuti) le bollette non saranno più basate su stime e conguagli ma su dati di consumo effettivo.
Tariffazione flessibile
Sempre grazie a questa misurazione in tempo reale le aziende venditrici potranno calibrare la tariffazione secondo un massimo di 6 fasce di prezzo. Idealmente sarà possibile avere una tariffa personalizzata in base allo stile di consumo.
Stabilità della rete
La rilevazione costante dà la possibilità di identificare e gestire i picchi di consumo e di conoscere i consumi a diversi livelli di aggregazione, dando così una maggiore stabilità alla rete.
Velocità di intervento sul contatore
In caso di necessità non sarà più necessario telefonare per richiedere l’intervento di un tecnico in loco, ma le operazioni potranno essere svolte da remoto dalla società di distribuzione.
Gestione precisa del contratto di fornitura
L’elevato grado di dettaglio nella misurazione e trasmissione dei dati rende possibile una corretta gestione del contratto in caso di trasloco, voltura o chiusura della fornitura, risolvendo possibili controversie sugli addebiti impropri.
Monitoraggio giornaliero dei consumi
Gli smart meter 2G attualmente in via di installazione sul territorio italiano permettono un monitoraggio giornaliero dei consumi, ma non supportano ancora un dialogo con l’utente finale. In particolar modo l’aggregazione dei dati su base quarto-oraria non consente la capillarità d’intervento per sistemi attuativi che necessitano di tempestività ben maggiore. Per questo i contatori intelligenti si possono interfacciare a dispositivi di comunicazione di aziende terze che si appoggiano a piattaforme a cui i clienti possono accedere via web o smartphone. È questo il caso dello SNOCU Regalgrid, che si interfaccia anche con un meter certificato permettendo proprio il monitoraggio in tempo reale dei livelli di consumo e dando così la possibilità all’utente di modificare il proprio comportamento per un maggiore risparmio energetico.
Proprio la capacità di gestione in tempo reale e di comunicazione bidirezionale degli SNOCU li rende i candidati ideali a diventare i nodi di una rete energetica mondiale, digitale e interconnessa e che renderanno possibile l’incremento del consumo di energia proveniente da FER necessario a soddisfare gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dimostrandosi la chiave di un futuro energetico sostenibile.
I misuratori intelligenti
Nella realtà dei fatti quindi i contatori elettrici 2G non sono gli unici smart meter disponibili. Viene spontaneo pensare a questi dispositivi, vista la dotazione mondiale in corso d’opera, ma anche gli apparecchi di misurazione prodotti e certificati da terze parti per il cliente finale si configurano come meter. Questi smart meter possono essere integrati direttamente nel contatore o collegati a esso nel caso di un contatore di vecchia generazione, permettendo un monitoraggio e una presa di coscienzaei vostri consumi in tempo reale e senza filtri del fornitore di energia. Questa conoscenza diventa ancora più dettagliata nel caso siate dotati di elettrodomestici smart oppure smart plug.
Questo è evidente nel caso in cui siate proprietari di un impianto fotovoltaico, ancor meglio se con batteria. Il vostro meter non solo leggerà i vostri consumi ma anche i dati di produzione e di accumulo. Nel caso dello SNOCU, con la licenza adeguata, vi permetterà di sapere tutti i dettagli di rendimento dei diversi dispositivi per poi salire di livello permettendovi di controllarli attivamente e programmarli da remoto secondo le vostre esigenze.
Se finora abbiamo dovuto lasciare ad altri la conoscenza e la responsabilità della misurazione ora è il momento di riappropriarsene e abbracciare l’uso responsabile delle energie rinnovabili.
24 Aprile 2020
Indipendenza energetica: è possibile oggi?
L’indipendenza energetica è possibile, ma non nel modo in cui avete pensato finora. Per riuscire a spiccare il volo e diventare protagonisti nel campo energetico bisogna cambiare punto di osservazione della questione.
In origine, il concetto di indipendenza era visto come la totale assenza di collegamento alla rete, come nei casi degli impianti off-grid (chiamati anche stand alone) che si trovano in alta montagna o in zone poco servite dalla rete nazionale. Ma questa visione dell’autonomia energetica è limitata e ormai superata. Esiste un nuovo modo di vedere l’indipendenza energetica.
Cos’è l’indipendenza energetica oggi?
Per indipendenza energetica si intende quindi la completa autonomia dalla rete pubblica, che si basa sul modello energetico “grande e concentrato”. Secondo questo modello la generazione di energia elettrica è centralizzata e si basa in larga parte sulla trasformazione di combustibili fossili e idrocarburi in energia elettrica presso grandi centrali elettriche. Da lì l’energia viene trasmessa a cascata, prima in alta tensione, poi in media tensione, fino alle reti di distribuzione in bassa tensione, con un processo che comporta grande dispendio e spreco.
L’autonomia da questo modello va quindi intesa come una capacità di autosostenersi a livello energetico con una produzione domestica, o meglio locale, di elettricità e calore. Per raggiungere una completa indipendenza ci sono diversi passi da seguire: capire quanta energia è necessario produrre, riuscire a produrla interamente senza appoggiarsi al gestore nazionale e avere la possibilità di usufruirne al bisogno.
In questa corsa verso l’indipendenza bisogna innanzitutto essere consapevoli che non esistono trucchi o strattagemmi per ridurre le bollette, ma un approccio metodico di lotta allo spreco energetico che parte dalla valutazione dei propri stili di consumo energetico. Un’altra riflessione importante è che non è possibile farcela da soli, perché anche in questo caso è vero il motto “l’unione fa la forza”. Questo approccio rende evidente come la soluzione non sia assolutamente tagliare il collegamento con la rete pubblica, ma usarla con logiche diverse e trovare un nuovo modo per sfruttare le risorse che abbiamo per essere indipendenti.
Ma procediamo per punti.
L’indipendenza energetica è fatta di piccole azioni
Il cambiamento può partire da piccoli gesti quotidiani che contribuiscono all’efficienza energetica della nostra abitazione. Essere indipendenti infatti vuol dire innanzitutto essere consapevoli delle nostre abitudini di consumo e avere così la possibilità di correggere comportamenti sbagliati ed eliminare gli sprechi. La seconda fase per aumentare l’efficienza è monitorare i consumi domestici per capire quando e per quanto tempo spegnere certi apparecchi e quando sostituire un elettrodomestico perché spreca troppa energia. A tale scopo possono essere d’aiuto le soluzioni smart della domotica, come le smart plug, che abbinate a uno SNOCU con programma Consumer ci aiuteranno a delineare il nostro profilo energetico.
Questo approccio ci aiuterà a ridurre la quantità di energia da produrre.
Un altro elemento fondamentale per migliorare il nostro risparmio energetico è l’isolamento termico della vostra casa: una casa ben isolata ci aiuta a combattere lo spreco di energia. A questo tipo di interventi si unisce la possibilità di mettere in dialogo la piattaforma Regalgrid® con termostati, pompe di calore e caldaie di ultima generazione per migliorare l’efficienza del sistema.
Come produrre l’energia necessaria all’autonomia energetica
L’unica soluzione che vi permette di raggiungere un’indipendenza energetica individuale è installare un impianto fotovoltaico. La misurazione e il monitoraggio dei nostri consumi ci è molto d’aiuto per definire la soluzione più adatta alle nostre esigenze anche in termini di dimensionamento dell’impianto.
Tenete conto che un impianto senza batteria permette un’autonomia del 35% circa, mentre l’accumulo permetterà di balzare a un autoconsumo del 65%, fino al 75% del fabbisogno nelle ipotesi migliori, a seconda della dimensione dei pannelli e della capacità di accumulo. Questa soluzione è la stima più ottimistica ad oggi per un’indipendenza energetica che si basi solo sull’autoconsumo individuale, sia istantaneo che differito.
Come raggiungere la completa indipendenza energetica
Ad oggi la soluzione per essere completamente indipendenti è rintracciabile pensando fuori dagli schemi o dai luoghi comuni, guardando a un futuro più sostenibile per tutti.
Non è fattibile comprare una batteria personale talmente grande da coprire l’intero fabbisogno energetico del nucleo abitativo, non sarebbe conveniente né in termini economici che di spazio. Ma si può cominciare a vedere le tante piccole batterie dei privati, o aziende o Pubbliche Amministrazioni, così come i loro impianti fotovoltaici, come un unico grande impianto decentralizzato, anzi distribuito, collegato in una smart grid e in costante dialogo, grazie alla piattaforma Regalgrid®. Questa comunità energetica ci permetterà di condividere l’energia in eccesso con tutti gli altri membri che ne avranno bisogno in quel momento e di riceverne da loro quando ne servirà a noi. La profilazione dei nostri consumi svolta a monte aiuterà a ottimizzare i costi dell’energia che ci servirà dagli altri.
In questo modo l’autoconsumo passerà da individuale a collettivo e dovrete sempre meno dipendere dalla rete di media o alta tensione per le necessità di energia.
Bisogna quindi staccarsi dalla rete elettrica pubblica? Assolutamente no. Come dicevamo all’inizio di questo articolo, bisogna sfruttare al meglio gli strumenti a disposizione. Questa rivoluzionaria rete intelligente e distribuita è una rete virtuale che poggia sull’infrastruttura fisica della rete elettrica del Gestore. Il collegamento tramite la rete fisica diventa quindi il mezzo necessario per condividere la vostra energia.
La vera indipendenza non è quindi un’assenza di legami, ma una rete di connessioni ulteriori e vantaggiose per tutti.
Tutto ciò è realmente possibile? Da marzo 2020 sì, grazie al Decreto-legge Milleproroghe.
9 Aprile 2020
Smart home: come rendere la tua casa davvero intelligente
“Smart” è un aggettivo che al giorno d’oggi viene accostato a sempre più dimensioni: telefoni, orologi, televisioni. Gli oggetti diventano capaci di capire, comprendere e di adattarsi a situazioni nuove. Ma succede anche a interi eco-sistemi: case, reti elettriche e città intelligenti.
E perché non cominciare a parlare anche di persone, consumatori e cittadini smart? È infatti il momento di entrare a fare parte di questa rivoluzione intelligente, un circolo virtuoso che unisce l’innovazione tecnologica all’uso consapevole delle risorse, a partire da quelle energetiche. Un buon punto di partenza per applicare questa intelligenza energetica nella vita quotidiana è senza dubbio la vostra casa.
Cos’è una smart home
Una smart home è una casa intelligente in cui potete esercitare un controllo attivo sulle sue diverse componenti grazie all’Internet of Things (IoT). Questa tecnologia rende intelligente potenzialmente qualsiasi tipo di oggetto, grazie alla presenza di un microchip che li abilita alla connessione a Internet. L’utente può così interagire da remoto con la sua casa e personalizzarla secondo desideri e bisogni, realizzando un’abitazione a immagine e somiglianza delle sue abitudini.
Ma questo approccio smart non è più solo questione di comodità, ma di opportunità: è importante diventare consapevoli del vostro consumo di energia, del tipo di fonte da cui questa proviene e di quale sia il vostro impatto di carbonio sull’ambiente. Portando questa consapevolezza nella vostra quotidianità domestica sarete pronti per fare parte del futuro, ormai presente, delle Energy Community.
Ma partiamo dalle basi per rendere una casa davvero smart.
Elementi fondamentali
Internet
La connessione Internet è il primo elemento fondamentale per una smart home. Ormai è parte della quotidianità e viene data per scontata, ma è stata una grande rivoluzione tecnologica contemporanea.
Questa connessione rende possibile la creazione di una rete virtuale tra i vari oggetti smart, diversamente da quanto accadeva con i primi esempi di domotica, in cui la rete di collegamento era fisica e strutturale. Internet ha quindi permesso un sistema di automazione non invasivo, più economico e in continuo aggiornamento.
Gateway
Il secondo passaggio fondamentale è la scelta del gateway, il cuore del vostro sistema intelligente. Il gateway è un router che permette la connessione e il dialogo con più periferiche a distanza.
Questa è una delle funzioni principali del gateway Regalgrid®, lo SNOCU, acronimo di Smart NOde Control Unit: una delle sue caratteristiche fondamentali è la possibilità di connessione tra periferiche che comunicano con protocolli diversi e connetterli al cloud Regalgrid® secondo una architettura proprietaria e brevettata.
In passato era infatti fondamentale controllare che gli accessori scelti fossero compatibili con il gateway; ora grazie allo SNOCU sarà sufficiente verificare che i device possano connettersi al cloud Regalgrid® e grazie a ciò dialogare l’uno con l’altro.
Ambiti di utilizzo
Che tipi di dispositivi potete collegare al vostro SNOCU? In primo luogo, il vostro smart node Regalgrid® monitora, controlla e ottimizza la performance del vostro impianto fotovoltaico e del sistema di accumulo. Lo SNOCU, però, può essere sfruttato anche per coordinare e controllare il funzionamento dei dispositivi di ogni area della smart home.
Gli Osservatori del Politecnico di Milano hanno individuato 5 ambiti di applicazione diffusi in Italia al giorno d’oggi.
Sicurezza
Un ambito molto sentito è quello della sicurezza domestica. Classicamente si pensa ai sistemi di sorveglianza video, con sensori di movimento che trasmettono le immagini in tempo reale sul telefono, come lo Xiaomi Smart Home.
Ma con sicurezza ora si può pensare anche al controllo attraverso sensori di eventuali situazioni di rischio, come per esempio le fughe di gas, o alla continuità dell’erogazione dell’energia. Un sistema intelligente può monitorare l’energia consumata prossima al superamento della soglia contrattuale e automaticamente spegnere un dispositivo allertandovi con un avviso sull’App, prevenendo così il distacco della corrente.
Illuminazione
L’illuminazione smart è un settore molto in voga in Italia, grazie al prezzo moderato dei kit base di luci intelligenti. Per esempio, Ikea Home Smart permette di decidere accensione, intensità e colore delle lampadine da remoto, oppure Philips Hue, in grado di creare un intero ecosistema controllabile vocalmente. In ogni caso la vostra illuminazione potrà essere monitorata e controllata da remoto, ottimizzandone la resa.
Temperatura
Si passa poi alla regolazione della temperatura nei vari ambienti. Dotandovi di un termostato smart potrete decidere dal vostro smartphone se e quando accendere riscaldamento, condizionamento o caldaia e gli orari in cui devono rimanere in funzione, così da ottimizzare i vostri consumi.
Un esempio conosciuto è quello di Google Nest Thermostat, famoso perché l’acquisto del suo brevetto nel “lontano” 2014 ha segnato l’ingresso di Google nel settore della domotica. Questo termostato ha anche la capacità di apprendere come meglio adattarsi alle vostre abitudini domestiche, grazie al cosiddetto machine learning.
Elettrodomestici
Nascere o diventare smart? Questo è il dilemma per i vostri elettrodomestici. Sostituire un vecchio elettrodomestico con uno intelligente è sicuramente una possibilità, ma ve lo consigliamo solo nel caso in cui questo sia davvero arrivato al termine del suo ciclo di vita. Bisogna sempre considerare infatti l’impatto dello smaltimento di un AEE in termini di carbon footprint e rapportarlo al reale risparmio energetico di un nuovo apparecchio.
Se con consapevolezza decidete di acquistare un elettrodomestico con IoT, non solo potrete monitorarlo e controllarlo da remoto, ma beneficerete anche dei vantaggi dettati dal machine learning. Pensate per esempio, alla lavatrice LG ThinQ, presentata in anteprima CES 2020 di Las Vegas, che grazie a un sistema di sensori di peso e volume rileva il carico, identifica i tessuti e stabilisce il tipo di lavaggio.
In alternativa potete rendere smart gli apparecchi che già possedete, collegandoli alla corrente attraverso una smart plug: una presa intelligente, collegata via Wi-Fi, vi dà modo di monitorare i consumi del dispositivo e di controllarlo attivamente da remoto, sempre attraverso il vostro smartphone.
Controllo vocale
Infine, è d’obbligo menzionare i sistemi di controllo vocale come Google Home e Amazon Echo, i due assistenti vocali più conosciuti, inseguiti dai sistemi vocali Xiaomi e Apple. Il controllo vocale è intuitivo e veloce, per questo sta prendendo sempre più piede per governare, almeno nelle azioni comando-risposta, i sistemi di smart home. Alexa, così come tutti gli altri assistenti vocali collegabili alla vostra smart home, può parlarvi del meteo, impostare un timer o una sveglia, riprodurre musica, spegnere le luci, e molto altro ancora.
Le smart home stanno quindi diventando gli smartphone del prossimo futuro: non potrete più immaginare la vostra vita senza. Sfruttare la domotica per le comodità che offre è però solo l’inizio.
Creando un unico eco-sistema che comprenda anche l’impianto fotovoltaico e il sistema di accumulo, potrete finalmente avere consapevolezza del vostro profilo energetico, gestendo attivamente i vostri consumi e sfruttando al massimo il potenziale del vostro impianto produttivo. Solo così potrete fare parte della rivoluzione della smart energy e creare valore per la vostra Energy Community.
27 Gennaio 2020
Fotovoltaico integrato: cos’è e come applicarlo nell’architettura green
Il fotovoltaico è amico dell’architettura del futuro: le ultime innovazioni tecnologiche permettono all’impianto di pannelli solari di essere integrato nell’edificio stesso e se l’integrazione è progettata in fase di costruzione, il vostro può diventare un vero e proprio edificio green.
Si parla quindi di impianti fotovoltaici integrati, in inglese BiPV (Building Integrated Photovoltaics, in italiano FAI (Fotovoltaico Architettonicamente Integrato), una soluzione molto apprezzata per cominciare a produrre energia pulita in modo efficiente, rispettando i vincoli paesaggistici.
Cos’è un pannello fotovoltaico integrato?
Partiamo con una definizione. Un pannello fotovoltaico integrato è un pannello che sostituisce, interamente o in parte, alcuni elementi costituitivi dell’edificio.
Il caso più frequente è quello del tetto: l’impianto non viene sovrapposto alle tegole o ai coppi, come nel caso di un impianto parzialmente integrato, ma prende il posto di questi elementi costitutivi. L’impianto viene posato sopra alla coibentazione del tetto, partendo dalla creazione di una camera a tenuta stagna, costituita da una lamiera grecata in alluminio. A questa vengono fissati i supporti per l’aggancio dei moduli fotovoltaici. La caratteristica degli impianti integrati è quella di non alterare l’estetica dell’abitazione, dato lo spessore che arriva a livello del resto del tetto, mantenendo al tempo stesso la massima funzionalità sia dei pannelli che della copertura della casa.
Quando invece si progetta l’inserimento dei pannelli insieme alla progettazione della struttura dell’edificio, questi vanno a sostituire elementi strutturali, nella maggioranza dei casi del tetto, ma talvolta anche delle pareti.
L’integrazione totale sul tetto
Per quanto riguarda il tetto, in determinate strutture i pannelli vanno a sostituire interamente la copertura e fungono da tetto, con pannelli rigidi senza cornice con vetri trasparenti o semitrasparenti o con laminati flessibili, usati prevalentemente nei tetti curvi. Queste soluzioni proteggono dall’eccessivo irraggiamento ma lasciano passare la luce naturale, mentre accumulano energia. Se nella maggior parte dei casi si parla di pannelli in silicio mono o poli-cristallino, per i tetti curvi si usa il film sottile di terza generazione, che riesce a produrre energia anche per diffusione e non solo per irraggiamento.
Un’altra soluzione innovativa per i tetti sono i pannelli integrati nelle tegole o nei coppi, perfetti per una resa estetica inalterata che non crea problemi con particolari vincoli paesaggistici.
Pannelli integrati nelle facciate
Quando in fase di progetto di un edificio i pannelli vengono previsti nella struttura delle facciate, essi diventano un “materiale” che va a sostituire mattoni e vetri. I pannelli quindi creano la cosiddetta curtain wall, cioè una facciata continua che fa passare la luce e assorbe l’energia, grazie a moduli trasparenti o semitrasparenti in silicio mono-cristallino o amorfo.
Questo normalmente è un approccio scelto per palazzi commerciali a più piani, con una facciata rivolta a sud.
Impianti fotovoltaici “ombra”
Con gli ultimi ritrovati della tecnologia è possibile progettare soluzioni per creare zone d’ombra di ristoro sotto a pensiline, balconi, tettoie, serre ad alta efficienza energetica. In prevalenza vengono impiegati moduli opachi posizionati a inclinazione ottimale fissa (circa 30°). Ma non è finita qui: le prossime tendenze del fotovoltaico vedono il passaggio al green anche di altri piccoli elementi architettonici come finestre, tende e persiane.
Insomma, l’architettura moderna, ha spazio e modo per integrare l’uso del fotovoltaico nella progettazione dei palazzi del futuro come elementi di design: estetici, ma soprattutto altamente funzionali.